Pubblichiamo l’intervista fatta da FIPER a Sergio Fabio Brivio, neopresidente della Federazione Industrie, Prodotti, Impianti, Servizi e Opere Specialistiche per le Costruzioni-Finco sul suo programma per il risparmio e l’efficienza energetica.

Il risparmio e l’efficienza energetica rappresentano un’azione che coinvolge direttamente ognuno di noi; cittadini, aziende, pubblica amministrazione abbiamo la facoltà di decidere e scegliere le variegate possibilità presenti sul mercato.

L’efficienza energetica è diventato un tema “political correct” che si promuove molto più con slogan che non nei fatti.

A titolo di esempio, il fondo nazionale per l’efficienza energetica costituito a partire dal d.lgs. 28/2011 non è ancora accessibile per le aziende e le pubbliche amministrazioni perché in attesa dell’emanazione del DM che ne definisce il suo funzionamento, le linee guida sui titoli di efficienza energetica in fase di definizione, il rinnovo dell’ecobonus oggetto di rinegoziazione ad ogni legge di stabilità.

In un quadro legislativo in continuo divenire, le aziende continuano a investire in innovazione per mettere sul mercato prodotti sempre più performanti in termini energetici.

Approfondiamo il tema con l’arch. Fabio Sergio Brivio, neopresidente della Federazione Industrie, Prodotti, Impianti, Servizi e Opere Specialistiche per le Costruzioni-Finco.

Nel Suo periodo di Presidenza quali saranno i temi su cui si concentrerà maggiormente?

Avendo ricoperto per quattro anni la carica di vicepresidente con responsabilità sull’efficienza energetica e sull’ambiente, cercherò di proseguire su questa strada. L’efficienza energetica nel nostro Paese ha rappresentato negli ultimi 10 anni, soprattutto grazie alla presenza degli incentivi, un forte motore di rilancio dell’economia. Sono proprio gli incentivi ad aver prodotto la stabilizzazione di un sistema che altrimenti sarebbe esploso, perché le piccole e micro imprese, spesso a conduzione familiare, non avrebbero potuto reggere l’impatto della crisi senza avere il piccolo volano delle ristrutturazioni, anche “fai da te”, ciononostante l’incertezza sui rinnovi, dal nostro punto di vista, non ha permesso di sfruttare totalmente il potenziale che questo strumento avrebbe potuto garantire in termini di PIL, interventi e anche di filosofia.

Questo approccio a breve termine degli incentivi è un punto di vista che non condivido, almeno nell’ottica delle aziende: esse davanti a una prospettiva certa a medio-lungo termine, possono sviluppare delle strategie di investimento, anche per strutturarsi, visto che parliamo di realtà piccole, se non micro. Se ho una prospettiva a 4-5 anni posso permettermi di fare determinate scelte, se invece si va di anno in anno, allora si vive alla giornata. Aldilà di questa critica, i dati del sistema incentivante sono importanti, parliamo di circa 27 mld di intervento, che corrispondono a 2 punti di Pil.

Se il Governo sta pensando a una riduzione degli incentivi, questa dovrebbe essere graduale. Sarebbe un errore passare, come si sta malauguratamente orientando il Governo, dall’attuale 65% al 50% per quanto riguarda le principali tipologie d’investimento degli italiani (infissi, schermature). Ci sono altri Paesi Europei che si sono orientati così, ma in Italia la situazione è diversa soprattutto perché, nonostante la ripresa economica l’edilizia è ancora ferma. Ridurre drasticamente il contributo potrebbe produrre due fenomeni distorsivi: un rallentamento della domanda e un ritorno a delle pratiche scorrette, come quella del pagamento in nero. Senza poi considerare il caso in cui la riqualificazione energetica e la riqualificazione edilizia vengano assorbite in un unico incentivo, rischiando di erogare delle prestazioni a costo dello Stato senza avere la certezza che le risorse vengano impiegate bene.

È sicuramente difficile trovare una sintesi fra posizioni che possono essere conflittuali, la stessa Finco è una Federazione che per sua natura raggruppa diverse anime. È, quindi, assolutamente normale che ci siano posizioni differenti e dei piccoli conflitti di interesse, soprattutto se consideriamo che quello dell’efficienza energetica è un concetto molto ampio e che può essere realizzato con strategie diverse. Il conflitto può essere superabile rimanendo su una posizione riconducibile ad interessi più generali ed allargati. Sicuramente il compito del Legislatore dovrebbe essere quello di fissare limiti e valori ma non di stabilire il modo con cui raggiungere gli obiettivi preposti. Quella è una scelta che dovrebbe essere lasciata al mercato, inteso come incontro fra offerta e domanda, dove l’offerta è basata sulla tecnologia disponibile e la domanda sulle risorse a disposizione.

Qual è la Sua posizione in merito all’Ecobonus? Ci sono altri strumenti?

Benché sia preferibile un intervento strutturale in larga scala, non sempre ci sono le condizioni, per affrontare un intervento riqualificativo sull’intero edificio. Senza l’Ecobonus premiante anche per il singolo intervento non si sarebbe potuto ottenere quello che si è ottenuto negli ultimi anni: un aumento della sensibilità da parte della proprietà e dell’opinione pubblica sui temi dell’efficienza energetica, delle emissioni e del riscaldamento climatico e la possibilità di mantenere un sistema produttivo e di competenze che altrimenti sarebbe andato perduto. Sono diversi anni che Finco porta avanti la battaglia dell’Eco Prestito o di qualsiasi tipologia di prestiti agevolati garantiti dal patrimonio immobiliare o dallo Stato per dare la possibilità a tutti gli aventi diritto di accedere alla procedura. Questo avrebbe messo in moto una quantità maggiore di interventi e anche un maggiore ritorno per lo Stato.

È evidente che un intervento coordinato a più livelli sull’edificio sia la strada migliore da perseguire, ma bisogna guardare al percorso che è stato fatto in questi anni. Gli incentivi sono nati come risposta a una spinta dell’Europa affinché si lavorasse in una direzione che era quella del contenimento del fabbisogno energetico degli edifici, che 10 anni fa rappresentavano circa il 40% delle emissioni a livello europeo e dei consumi di energia primaria, a differenza di un 30% dell’industria e delle manifatture produttive e di un altro 30% dei trasporti. La Direttiva 91/2002 fu il primo tentativo di mettere mano al problema, individuando nel percorso di riqualificazione energetica del parco costruito l’unica strada perseguibile per il contenimento del cambiamento climatico e si iniziò a pensare anche a sistemi incentivanti. Questa direttiva e le successive che sono state varate hanno però mostrato un limite evidente: erano basate solo ed esclusivamente sul fabbisogno energetico invernale, dimenticando come il cambiamento climatico in atto stesse facendo innalzare le temperature e che quindi i consumi energetici per la climatizzazione estiva avevano ormai raggiunto, e in qualche caso superato, quelli destinati al riscaldamento. Il risultato è che ancora oggi la premialità dell’incentivo è orientata al contenimento dei consumi invernali, in un paese come l’Italia dove da maggio a ottobre non si scende sotto i 15°.

Questo per dire che è vero che gli incentivi hanno un po’ rallentato il mercato ma è altrettanto vero che, da un lato i limiti imposti dai vari decreti e, dall’altro, un mercato sempre più attento alle nuove tecnologie, hanno permesso se non altro di sviluppare, anche con interventi puntuali, una buona efficienza degli edifici. È quello che definisco efficientamento 1.0.

L’obiettivo auspicabile per i prossimi 10 anni è quello di arrivare ad un efficientamento 2.0, ovvero passare dagli interventi puntuali a un intervento olistico sull’edificio. La nostra linea è quella di arrivarci attraverso un cambio di paradigma. L’efficienza energetica non deve più essere confusa con il risparmio energetico, che può essere ottenibile anche semplicemente modificando le nostre abitudini. La vera efficienza risiede nella gestione del sistema-edificio, quindi nell’adozione di un paradigma domotico. Gli edifici devono essere dotati di sistemi di controllo automatici e automatizzati in grado di far funzionare in modo ottimale e integrato tutti gli elementi che lo compongono, a prescindere dal comportamento dell’utente.

Ritiene che l’attivazione di un sistema di controlli, così come previsto nella bozza del ddl Bilancio, sia auspicabile o dovrebbe essere espletata?

In linea di massima, quando vi è un’erogazione di fondi pubblici dovrebbe essere previsto un certo livello di controllo. In questo caso Enea, che è l’Ente preposto per la gestione delle pratiche, deve essere il primo responsabile di eventuali controlli. Dal nostro punto di vista è impensabile che si possano effettuare controlli reali numericamente significativi, visto il numero degli interventi. Risulta invece assolutamente gestibile una pratica di controlli formali, basati sulla documentazione presentata. Si potrebbe pertanto prevedere la presentazione di ulteriore documentazione nei casi in cui venisse rintracciata una carenza o il dubbio di un mancato rispetto delle disposizioni previste dalla legge. Per quanto riguarda i controlli in loco, piuttosto potrebbero essere fatti in cantiere, al fine di verificare la tipologia di prodotti realmente installati, come previsto dal decreto.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla sua Presidenza?

Lavorerò nel solco della continuità della Presidenza precedente, ma la sfida è quella di riuscire a cogliere tutte le opportunità che si presenteranno nei prossimi anni, che dovrebbero essere meno difficili rispetto a quelli passati da un punto di vista di crisi economica. Cercherò come primo obiettivo di allargare la filiera, operando per riaprire alcuni canali di dialogo inariditi. Dovrebbero ormai essere maturati i tempi per un confronto, partendo dal presupposto che le idee debbano circolare e che nessuno sia depositario di verità assolute, si deve riuscire a collaborare per raggiungere il nostro unico obiettivo: difendere il lavoro dei nostri associati.

 

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