La decisione sulla registrazione del glifosate come erbicida in Unione Europea è stata ancora una volta rinviata per la dichiarata opposizione o astensione di alcuni stati membri fra cui l’Italia. L’opposizione/astensione è basata sulla conclusione dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (International Agency for Research on Cancer, IARC), organismo satellite dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO), che nel marzo 2015 ha classificato il glifosate nel gruppo 2A (probabilmente cancerogeno per l’uomo). Nei mesi seguenti, l’European Food Safety Authority (EFSA, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), l’European Chemicals Agency (EChA, Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche), l’Enviromental Protection Agency (EPA, Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti), il Joint FAO/WHO Meeting on Pesticide Residues (JMPR, meeting congiunto sui residui dei pesticidi) hanno invece concluso che il glifosate non è cancerogeno. Al di là delle polemiche che ne sono seguite sui media e nel mondo scientifico, è necessario fare chiarezza sulle caratteristiche tossicologiche del glifosate e capire come IARC è giunta alla sua conclusione e come va interpretata. A differenza di tutti gli altri organismi governativi o intergovernativi, IARC non vuole valutare gli studi condotti dall’industria e che per motivi commerciali sono, di solito, resi disponibili solo ai citati organismi che li valutano e ne pubblicano un lungo riassunto.  Da notare che gli esperti degli organismi possono valutare ogni singolo numero, esame, indagine istologica di questi studi non pubblicati, e non solo i dati sintetici che compaiono negli studi pubblicati nelle riviste scientifiche, essenzialmente gli unici studi valutati da IARC. Sulla base di tutti gli studi disponibili, compresi i 17 studi di cancerogenesi, contro i due usuali richiesti per ogni altro pesticida, tutti gli organismi hanno concluso che il glifosate non pone rischio di cancro per l’uomo, ha bassissima tossicità, non causa effetti sulla riproduzione, non causa effetti genotossici, né altri effetti tossicologici rilevanti. Tutto questo sulla base di studi su animali che sono stati trattati anche con dosi corrispondenti, per un adulto del peso di 70 kg, a circa mezzo kg di glifosate al giorno per tutta la vita. È quindi evidente che la valutazione di tutti i dati disponibili agli organismi citati indica che il glifosate non pone alcun rischio per salute del consumatore e dell’agricoltore, anche a dosi molto più alte di quelle correntemente utilizzate. Non vi è quindi motivo tossicologico per non rinnovare l’autorizzazione al glifosate. Inoltre, opporsi all’autorizzazione e prendere delle decisioni non congruenti con le conclusioni degli organismi di valutazione comunitari (EFSA e EChA) sconfesserebbe il loro operato e creerebbe un precedente dalle conseguenze imprevedibili ma certamente deleterie per la credibilità delle istituzioni comunitarie.

 

di Angelo Moretto

Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche, Università degli Studi di Milano

Direttore del Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria (ICPS), ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano

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